Bruna
C'è un'immagine che non è mai stata fotografata: São Paulo, estate del 1966. Una giovane donna in rosso alla fine di una conferenza. Ha ventisei anni, una cartella di poesie tra le mani e qualcosa che non si spiega. Si avvicina. Lui è Giuseppe Ungaretti, ha settantotto anni ed era venuto in Brasile per visitare la tomba del figlio Antonietto, morto a nove anni nel 1939. Quella perdita gli aveva ispirato "Il dolore", la raccolta più scura della sua vita. Poi arriva Bruna Bianco, italiana delle Langhe, con un vestito rosso e un fascio di versi.
"Sei comparsa al portone in un vestito rosso per dirmi che sei fuoco che consuma e riaccende." La corrispondenza comincia dalla motonave che lo riporta in Italia. Trecentosettantasette lettere in meno di tre anni. Lei le trovava sul pianoforte ogni mezzogiorno, tornando dal lavoro, e a volte non riusciva nemmeno a pranzare per leggerle. Lui le scriveva: "Sei l'anima della mia anima, l'ultima forza che mi resta, l'ultima mia poesia, la vera, l'unica vera." Bruna le ha custodite per cinquant'anni. Pubblicate da Mondadori nel 2017.
"Ho chiamato questa scarpa Bruna perché volevo una donna che si avvicina," racconta Benedetta Bruzziches. "Il gesto di portare qualcosa di sé verso qualcosa di più grande, senza garanzia di risposta. Bruna è per quando quel gesto diventa passo, e il passo ha bisogno di tenuta."
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