Rachele
“O amori, veri o falsi siate amori, muovetevi felici nel vuoto che vi offro.” Patrizia Cavalli.
Benedetta Bruzziches sogna la serie d’autore “Sempre Aperto Teatro” come un sipario che non si chiude mai. Un teatro aperto, sempre, in cui ci muoviamo con le nostre maschere, interpretando ruoli che a volte ci somigliano e altre volte ci ingannano. È lì, in questo spazio sospeso tra verità e finzione, che prendono vita le storie di Lia e Rachele.
La loro storia è antica e bellissima, commovente per la sua saggezza. Giacobbe, innamorato di Rachele, lavora sette anni per poterla sposare. Ma nella notte delle nozze gli viene data Lia, la sorella maggiore, meno amata, meno luminosa. Ogni uomo, forse, crede di sposare Rachele, la bellezza desiderata, la promessa di felicità, poi scopre Lia: la parte più dura, meno appariscente, quella che si presenta con il peso delle fatiche, dei silenzi, delle attese.
Eppure è proprio Lia a dare più figli a Giacobbe, è lei a rivelarsi più feconda. In quella fecondità c’è una verità segreta: spesso è ciò che non brilla subito a nutrire davvero la vita, a radicarla, a darle continuità. È la grazia che non si vede, la luce che non abbaglia ma resta.
Rachele è il movimento che danza tra cristallo e ottone. È l’energia che si fa forma, la bellezza che cattura lo sguardo, la passione che trascina. È l’immagine che si offre al desiderio, la promessa di grazia che si muove sinuosa, sempre fedele alla sua essenza.
Insieme, Lia e Rachele raccontano la tensione eterna tra ciò che appare e ciò che resta, tra il desiderio e la sostanza, tra l’amore sognato e quello vissuto. Una dialettica che ci attraversa tutti, uomini e donne, e che ci ricorda che la bellezza vera, quella che feconda, non sempre è la più scintillante. Entrambe sono specchi di questa scena: frammenti di poesia in forma di cristallo, eteree e solide al tempo stesso.
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