Prometeo

Prometeo era un titano, figlio di Giapeto, cugino degli dei dell’Olimpo. Gli dei avevano il fuoco: lo custodivano nella forge di Efesto, lo tenevano per sé. Gli uomini vivevano al freddo e al buio, senza la capacità di cuocere il cibo, di forgiare metalli, di riscaldarsi d’inverno. Prometeo decise di rimediare.

Salì sull’Olimpo, rubò il fuoco, lo nascose dentro una canna di finocchio vuota e lo portò sulla terra. Grazie a quel fuoco gli uomini poterono scaldarsi, cucinare, lavorare il ferro, costruire città, creare arte. La civiltà intera nasce da quel furto.

Zeus non perdònò. Fece incatenare Prometeo a una roccia nel Caucaso e mandò ogni giorno un’aquila a divorargli il fegato. Di notte il fegato ricresceva. Di giorno l’aquila tornava. Andò avanti così per millenni, finché Eracle spezzo le catene.

Eschilo scrisse “Prometeo incatenato” nel V secolo a.C. La mettevano in scena ogni anno ad Atene. La mettono in scena ancora. Qualcosa in quella storia non invecchia.

“Era già tutto lì,” racconta Benedetta Bruzziches. “Le catene, il fuoco che non si spegne. L’ho solo chiamata per nome.”

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