Pandora
Pandora nacque dalla mano di Efesto su ordine di Zeus. Non fu un dono: fu una vendetta. Zeus era furioso con gli uomini, a cui Prometeo aveva rubato il fuoco dagli dei. Così Efesto la plasmò dall’argilla, e ogni dio portò il suo contributo: Atena le insegnò i lavori femminili, Afrodite la coprì di grazia e desiderio, Ermes le diede una lingua scaltra e un cuore difficile da leggere. Le misero in mano un vaso sigillato. Le fu detto di non aprirlo mai.
Prometeo aveva capito il piano e aveva avvertito suo fratello Epimeteo: non accettare nulla dagli dei. Ma Epimeteo vide Pandora e non resistette. La sposò. Il vaso arrivò con lei.
Pandora aprì il vaso. Uscirono la malattia, il dolore, l’invidia, la guerra, la fame. Tutto quello che da allora tormenta il genere umano. Solo una cosa rimase dentro, intrappolata sul fondo: Elpis, la speranza. Qualcuno ha interpretato questa parte come un conforto: almeno la speranza è rimasta. Qualcun altro come un’ulteriore crudeltà: anche la speranza è prigioniera, impalpabile, sempre promessa e mai certa.
La storia viene raccontata come una colpa. Esiodo, che la scrisse nell’VIII secolo a.C., era un uomo sospettoso delle donne, le chiamò grande flagello per gli uomini mortali. Il mito è stato usato per secoli a sostegno di quell’idea. Ma se si legge diversamente: Pandora era curiosa. Aprì perché voleva sapere. Fu la sua curiosità a custodire l’ultima speranza del mondo, anche involontariamente.
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